Pubblicato il Luglio 16, 2024

L’ossessione per un singolo KPI “perfetto” come il ROAS è tanto dannosa quanto inseguire le vanity metrics; il vero obiettivo è l’equilibrio strategico tra le metriche.

  • Il successo non si misura con il ROI percentuale più alto, ma con la massimizzazione dell’utile assoluto generato.
  • I “like” non sono sempre inutili: possono essere un indicatore di processo che, migliorando l’engagement, abbassa i costi delle campagne future.
  • Tagliare i canali “costosi” solo perché hanno un ROAS inferiore può ridurre drasticamente il profitto totale dell’azienda.

Raccomandazione: Adotta un modello di attribuzione data-driven per valorizzare ogni touchpoint e analizza ogni canale in base al suo contributo all’utile marginale, non solo al suo ROI.

Ogni direttore marketing conosce la scena: un report mensile pieno di grafici verdi che puntano verso l’alto. Traffico al sito in crescita, numero di follower sui social in aumento, pioggia di “mi piace”. Eppure, l’amministratore delegato ha una sola, gelida domanda: “Dov’è il fatturato?”. Questa disconnessione tra l’attività frenetica del marketing e i risultati tangibili a bilancio è il cuore del problema delle “vanity metrics”, numeri che accarezzano l’ego ma non riempiono il portafoglio.

L’industria ha reagito predicando un vangelo basato su acronimi sacri: ROI (Return on Investment), CPA (Cost Per Acquisition), ROAS (Return on Ad Spend). Ci è stato detto di abbandonare i “mi piace” per inseguire le conversioni. Questo è un passo nella giusta direzione, ma nasconde un pericolo più sottile e altrettanto dannoso: l’idolatria di un’unica metrica “giusta”. Focalizzarsi ciecamente sul ROAS più alto o sul CPA più basso può portare a decisioni strategiche miopi, che sacrificano la crescita a lungo termine sull’altare dell’efficienza immediata.

E se la vera abilità non fosse scegliere tra metriche “buone” e “cattive”, ma costruire un sistema di misurazione dove ogni dato, dal più vanitoso al più concreto, informa una decisione di business? La chiave non è trovare il KPI perfetto, ma comprendere la tensione dinamica tra i diversi indicatori e puntare a un unico, vero obiettivo: la massimizzazione dell’utile assoluto.

In questo articolo, smonteremo i dogmi della misurazione marketing. Vedremo come costruire report che parlano la lingua del business, come scegliere le metriche giuste per ogni obiettivo, e come implementare una cultura del dato che non anneghi l’azienda nei numeri ma la guidi verso decisioni più profittevoli.

Perché misurare solo il traffico al sito è inutile se non si traccia il tasso di conversione?

Presentare un aumento del traffico al sito come una vittoria è come vantarsi di avere un negozio pieno di gente che guarda le vetrine ma non compra nulla. Il traffico è un potenziale, non un risultato. Con un aumento del 15% degli investimenti nel digitale da parte delle PMI italiane nel 2024, la pressione per dimostrare un ritorno concreto non è mai stata così alta. Ogni visitatore ha un costo, e se quel costo non viene giustificato da un’azione di valore, si sta semplicemente bruciando budget.

Il tasso di conversione è il ponte tra il potenziale (traffico) e il risultato (vendita, lead, iscrizione). È la metrica che risponde alla domanda fondamentale: “Quanto è efficace il nostro sito nel trasformare i visitatori in clienti?”. Un sito con 1.000 visitatori e un tasso di conversione del 4% genera 40 clienti. Un sito con 10.000 visitatori e un tasso di conversione dello 0,3% ne genera solo 30, nonostante un traffico dieci volte superiore e costi probabilmente maggiori.

L’analisi non deve fermarsi alla conversione finale. È cruciale tracciare le micro-conversioni: azioni intermedie che segnalano l’interesse di un utente, come il download di un catalogo, la visualizzazione di un video demo o l’aggiunta di un prodotto al carrello. Secondo le analisi di settore, il budget marketing di una PMI consolidata si attesta intorno al 7,7% dei ricavi a livello globale, una cifra importante che richiede una giustificazione precisa. Monitorare queste azioni intermedie permette di ottimizzare ogni singolo passaggio del funnel, migliorando l’efficacia complessiva e giustificando l’investimento.

Ignorare il tasso di conversione significa navigare a vista, celebrando metriche di volume che non hanno alcuna correlazione garantita con la salute finanziaria dell’azienda. Il primo passo verso una misurazione matura è spostare il focus dal “quanti” (visitatori) al “quanti fanno cosa” (conversioni).

Come costruire un report mensile che l’amministratore delegato possa leggere in 5 minuti?

Un amministratore delegato non ha tempo per perdersi in decine di pagine di dati granulari. Il suo obiettivo è avere una visione chiara e sintetica della performance per prendere decisioni strategiche. La soluzione è un report costruito con la logica della “piramide rovesciata”: le informazioni più cruciali e di alto livello in cima, i dettagli di supporto a seguire.

Il report deve iniziare con un Riepilogo Esecutivo che risponda in meno di un minuto a tre domande chiave: Quanto abbiamo speso? Quanto fatturato (o valore) ha generato direttamente o indirettamente il marketing? Qual è stato il ROI complessivo? Questi tre numeri sono la sintesi definitiva che interessa al C-level. Qualsiasi altro dato serve solo a spiegare questi tre.

Executive dashboard con grafici di correlazione tra investimento marketing e fatturato

Subito dopo, il report deve mostrare la performance rispetto agli obiettivi prefissati, utilizzando un sistema cromatico semplice (verde per il superamento, rosso per il mancato raggiungimento). Questo permette di identificare immediatamente le aree di successo e quelle problematiche. La sezione finale deve essere proattiva, non solo descrittiva, delineando le azioni correttive prioritarie per il mese successivo. Invece di annegare nei dettagli, si evidenziano le 2-3 leve principali su cui agire per migliorare i risultati.

Questo approccio trasforma il reporting da un esercizio di contabilità a uno strumento di pilotaggio strategico. Di seguito, una struttura ideale per un report “a prova di CEO”.

Struttura report ‘a piramide rovesciata’ per CEO
Sezione Contenuto Tempo lettura
Riepilogo Esecutivo 3 KPI finanziari: Investimento Marketing, Fatturato Influenzato, ROI 1 minuto
Performance vs Obiettivi Scostamenti principali con indicatori rosso/verde 2 minuti
Azioni Correttive 3 priorità immediate e previsioni prossimo periodo 2 minuti

CPA o ROAS: quale metrica privilegiare nelle campagne di acquisizione rispetto a quelle di branding?

CPA (Costo per Acquisizione) e ROAS (Ritorno sulla Spesa Pubblicitaria) sono due facce della stessa medaglia, ma misurano la performance con prospettive diverse. Il CPA si concentra sul costo: “Quanto mi costa acquisire un nuovo cliente?”. È una metrica di efficienza. Il ROAS si concentra sul ritorno: “Quanto fatturato genero per ogni euro speso in pubblicità?”. È una metrica di redditività.

La scelta tra le due dipende interamente dall’obiettivo della campagna. Per le campagne di acquisizione (performance marketing), dove l’obiettivo è generare vendite o lead immediati con il massimo profitto, il ROAS è generalmente il re. Indica direttamente la sostenibilità economica dell’investimento. Un ROAS di 5:1 significa che per ogni euro speso se ne incassano cinque. Tuttavia, in mercati competitivi come quello della moda in Italia, dove si registra un costante calo del ROAS e un costo di acquisizione saldamente sopra i 50 euro, focalizzarsi solo su questo indicatore può essere limitante.

Per le campagne di branding o di awareness, dove l’obiettivo primario non è la vendita immediata ma la costruzione della notorietà del marchio, il ROAS è spesso un indicatore fuorviante o non misurabile. In questo contesto, il CPA, o meglio ancora metriche di processo come il Costo per Mille (CPM) o il Costo per Visitatore Qualificato, diventano più rilevanti. L’obiettivo è raggiungere il pubblico giusto al costo più basso possibile, costruendo un asset di notorietà che renderà le future campagne di performance più efficaci.

La vera maestria sta nel comprendere la tensione dinamica tra le due. Una campagna di acquisizione con un ROAS altissimo potrebbe raggiungere solo un pubblico ristretto, limitando la crescita. Una campagna di branding potrebbe avere un ROAS immediato nullo ma abbassare drasticamente il CPA delle campagne future, generando un profitto complessivo maggiore nel lungo periodo. La domanda non è “CPA o ROAS?”, ma “Quale equilibrio tra CPA e ROAS massimizza il mio utile assoluto nel tempo?”.

L’errore di attribuzione che sovrastima l’ultimo clic ignorando il contributo dei canali di awareness

Immaginate una partita di calcio. Un difensore recupera palla, la passa al centrocampista che con una visione geniale lancia l’attaccante. L’attaccante dribbla l’ultimo avversario e segna. Il modello di attribuzione “ultimo clic” (last click) è come dare tutto il merito del gol solo all’attaccante, ignorando completamente i passaggi cruciali che hanno creato l’opportunità. Questo è l’errore più comune e dannoso nell’analisi marketing.

Il “last click” attribuisce il 100% del valore della conversione all’ultimo canale con cui l’utente ha interagito prima di acquistare. Questo approccio sovrastima sistematicamente i canali di fondo funnel (come la ricerca brand o il remarketing) e sottostima tragicamente i canali di awareness (come i social, i contenuti blog, la pubblicità display) che hanno fatto conoscere il brand al cliente in primo luogo. Il risultato? I manager, vedendo un ROI basso sui canali di awareness, tagliano i budget proprio lì dove si costruisce la domanda futura, finendo per “affamare” i canali di performance che vivevano di quella domanda.

Metafora calcistica del customer journey con passaggi tra giocatori

La soluzione è passare a modelli di attribuzione più intelligenti. Il modello Data-Driven (DDA) di Google Analytics 4 utilizza l’apprendimento automatico per distribuire il credito della conversione tra tutti i touchpoint in base al loro effettivo contributo. Per le PMI che non hanno ancora i volumi di dati necessari per il DDA, modelli come quello “Basato sulla posizione” o “Lineare” rappresentano già un enorme passo avanti rispetto all’ultimo clic, perché riconoscono il valore dell’intero percorso d’acquisto.

Piano d’azione: Audit del modello di attribuzione

  1. Punti di contatto: Mappa tutti i canali marketing che generano traffico e interazioni (social, SEO, email, paid, ecc.).
  2. Collecte: Inventaria il modello di attribuzione attualmente in uso su Google Analytics (spesso “ultimo clic” di default).
  3. Coerenza: Confronta i risultati di conversione tra il modello “ultimo clic” e un modello “Data-Driven” o “Basato sulla posizione”. Identifica i canali che il last click sta sottovalutando.
  4. Mémorabilità/emozione: Integra domande qualitative post-acquisto nel checkout (“Come ci hai conosciuto?”) per ottenere dati diretti e confrontarli con quelli di Analytics.
  5. Plan d’intégration: Rialloca una parte del budget dai canali di fondo funnel (sovrastimati) verso i canali di awareness (sottostimati) che si sono dimostrati cruciali.

Come tradurre gli obiettivi di fatturato annuale in KPI operativi settimanali per il team social?

Un obiettivo come “+20% di fatturato annuo” è motivante per la direzione ma paralizzante per un social media manager. Come può un post su Instagram contribuire direttamente a un obiettivo così grande? La chiave è il “reverse engineering”: scomporre l’obiettivo di alto livello in metriche operative che il team può influenzare settimanalmente.

Il processo parte dal fatturato e va a ritroso. Se l’obiettivo è 100.000€ di fatturato aggiuntivo e il valore medio di un ordine è 100€, servono 1.000 vendite. Se il tasso di conversione del sito è del 2%, servono 50.000 visitatori qualificati. A questo punto, la domanda diventa: “Quanti di questi visitatori devono provenire dai canali social?”. Se l’obiettivo per i social è generare il 20% di questo traffico, il team sa che deve portare 10.000 nuovi visitatori qualificati al sito. Questo obiettivo è già molto più concreto.

Ma si può andare ancora più in profondità, distinguendo tra KPI di processo (le azioni che il team controlla) e KPI di risultato (le conseguenze di quelle azioni). Per generare 10.000 visitatori, il team potrebbe fissare un KPI di processo come “pubblicare 5 video su TikTok e 10 Stories interattive su Instagram a settimana”. I KPI di risultato sarebbero il “Click-Through Rate (CTR)” di quelle stories e il “Tasso di Engagement” di quei video, che a loro volta influenzano il traffico generato. Questo approccio lega direttamente l’attività quotidiana (KPI di processo) a un risultato misurabile (KPI di risultato) che contribuisce all’obiettivo aziendale finale.

Il seguente quadro mostra esempi di come questi KPI possono variare per piattaforma, con benchmark specifici per il mercato italiano che aiutano a definire obiettivi realistici.

KPI social per piattaforma e obiettivo in Italia
Piattaforma Target KPI Processo KPI Risultato Benchmark Italia
TikTok Gen Z Video/settimana Engagement Rate 4.24%
LinkedIn B2B Nord Italia Post informativi Lead qualificati 2%
Instagram Settore visivo Stories interattive Click su link 0.12%

L’errore di tagliare i canali costosi ma efficaci per migliorare il ROI percentuale, riducendo però la massa di utile assoluta

Ecco uno dei paradossi più pericolosi del marketing data-driven: l’ottimizzazione ossessiva del ROI percentuale. Un manager vede che il Canale A ha un ROAS di 10:1 e il Canale B ha un ROAS di 4:1. La decisione sembra ovvia: tagliare il budget al Canale B e spostarlo tutto sul Canale A per massimizzare il ROI. Errore fatale. Questa logica ignora due fattori cruciali: la scalabilità del canale e l’utile assoluto.

Il Canale A potrebbe avere un ROAS altissimo ma raggiungere un pubblico molto limitato. Investendo 1.000€ si ottengono 10.000€ di ricavi (utile di 9.000€). Ma magari investendo 2.000€ il ROAS crolla perché il pubblico è saturo, e si ottengono solo 12.000€ di ricavi (utile di 10.000€). Il Canale B, invece, potrebbe essere un canale più ampio come la ricerca generica. Con 10.000€ di spesa e un ROAS di 4:1, genera 40.000€ di ricavi, con un utile assoluto di 30.000€. È un ROI% inferiore, ma un profitto in tasca nettamente superiore. Con il 45% delle PMI italiane che prevede di aumentare il budget marketing, è vitale sapere dove allocare questi fondi per massimizzare il profitto, non una percentuale.

Tagliare il Canale B per “migliorare” il ROI medio del marketing mix farebbe passare l’utile da 39.000€ (9.000€ + 30.000€) a soli 10.000€. Il ROI% sul foglio di calcolo sarebbe più bello, ma il conto in banca piangerebbe. La metrica guida non deve mai essere il ROI percentuale, ma l’utile marginale: “Quanti euro di profitto in più mi porta ogni euro aggiuntivo investito su questo canale?”.

Checklist: Valutazione dell’utile marginale per canale

  1. Calcolare l’utile assoluto: Per ogni canale, calcola (Ricavi Generati – Costi Marketing) invece del solo ROAS percentuale.
  2. Identificare il rendimento decrescente: Aumenta il budget di un canale del 10% e misura l’incremento di utile assoluto, non solo di ricavi.
  3. Definire KPI per eventi offline: Per canali costosi come le fiere, traccia KPI specifici (Lead Qualificati, contratti chiusi entro 90 giorni) per calcolarne l’utile reale.
  4. Confrontare l’utile marginale: Chiediti: “Se ho 1.000€ in più da investire, quale canale mi genera il maggior profitto aggiuntivo in euro?”.
  5. Non eliminare canali profittevoli: Un canale con un ROAS basso ma che genera un utile assoluto significativo è un asset, non un costo da tagliare.

Like o Lead: quale metrica deve guidare l’ottimizzazione delle campagne per un e-commerce?

La risposta breve e brutale è: i lead (e le vendite). Un “mi piace” non paga le fatture. Tuttavia, liquidare tutte le metriche di engagement come pura vanità è un’analisi superficiale che ignora il funzionamento degli algoritmi delle piattaforme social. I “like”, i commenti e le condivisioni non sono il fine, ma possono essere un potente mezzo.

Su piattaforme come Instagram e Facebook, che secondo alcune stime ospitano oltre 95 milioni di account bot, il numero di follower è sempre più irrilevante. L’algoritmo premia i contenuti che generano engagement reale. Un post con un alto tasso di interazione viene mostrato a più persone organicamente e, cosa più importante, quando viene promosso in una campagna a pagamento, ottiene spesso un Costo per Mille (CPM) più basso. In altre parole, un alto engagement può fungere da indicatore di processo: non è una vendita, ma segnala che il contenuto è di qualità e che l’algoritmo lo favorirà, abbassando i costi pubblicitari futuri e aumentando il ROAS finale della campagna di conversione.

Quindi, la metrica da privilegiare dipende dalla fase del funnel. In fase di Awareness, un alto Engagement Rate è un KPI primario valido, perché costruisce un pubblico ricettivo e abbassa i costi futuri. In fase di Consideration, il focus si sposta su metriche come il Click-Through Rate (CTR) verso il sito o le iscrizioni alla newsletter. Infine, in fase di Conversion, il re indiscusso è il ROAS o il Costo per Acquisto (CPA). Confondere questi livelli è l’errore principale. Ottimizzare una campagna di conversione per l’engagement è uno spreco di soldi; ignorare l’engagement in una campagna di awareness è una miope perdita di opportunità.

Questa matrice chiarisce quale KPI privilegiare in base all’obiettivo specifico di ogni fase del percorso del cliente.

Matrice KPI per fase del funnel e-commerce
Fase Funnel Obiettivo KPI Primario KPI Secondario Vanity Metric da evitare
Awareness Visibilità brand % nuovi visitatori Engagement Rate Impressions totali
Consideration Interesse prodotto CTR Iscrizioni newsletter Like pagina
Conversion Vendita ROAS Tasso Carrello Visualizzazioni prodotto

Da ricordare

  • L’obiettivo finale non è il ROI percentuale più alto, ma il massimo utile assoluto. Un canale con un ROI inferiore può essere il più profittevole.
  • Un modello di attribuzione data-driven è essenziale. Ignorare il contributo dei canali di awareness porta a tagliare la fonte della domanda futura.
  • L’engagement non è sempre una vanity metric. Se usato strategicamente, può abbassare i costi pubblicitari e agire da leva per migliorare il ROAS delle campagne di conversione.

Come implementare una cultura data-driven in una PMI senza annegare nei numeri?

Diventare “data-driven” è l’aspirazione di ogni azienda moderna, ma per una PMI il rischio è di passare dalla totale assenza di dati al “caos dei dati”: dashboard complessi, report illeggibili e una paralisi da analisi. I dati Istat lo confermano: sebbene il 70,2% delle PMI italiane abbia un livello base di digitalizzazione, solo una minoranza riesce a usare i dati in modo strategico. La soluzione non è avere più dati, ma avere i dati giusti e renderli parte di un rituale semplice e condiviso.

L’approccio deve essere pragmatico e incrementale. Invece di implementare un sistema complesso, si parte con la metodologia “One Metric That Matters” (OMTM): ogni team (Marketing, Vendite, Prodotto) si concentra su UNA sola, singola metrica chiave per trimestre. Per il marketing, potrebbe essere il “Costo per Lead Qualificato”. Questa metrica diventa la stella polare che guida tutte le attività e le decisioni di quel periodo. Questo focus radicale elimina il rumore e costringe il team a concentrarsi su ciò che ha il maggiore impatto.

Il secondo passo è creare un “rituale dei dati”. Non serve una riunione di ore. Basta uno stand-up meeting settimanale di 15 minuti davanti a una semplice lavagna bianca dove sono scritti a mano i 3-4 KPI più importanti dell’azienda (incluso l’OMTM del team). L’atto fisico di scrivere e aggiornare i numeri li rende tangibili e visibili a tutti, trasformandoli da un’astrazione digitale a un obiettivo comune. Questo approccio “low-tech” è spesso molto più efficace nelle PMI, specialmente a conduzione familiare, perché crea responsabilità condivisa e celebra i piccoli successi, costruendo fiducia nel metodo.

Checklist: Avviare una cultura del dato in una PMI

  1. Selezionare l’OMTM: Scegli UNA metrica chiave per ogni team, valida per un trimestre (es: Marketing = Tasso di conversione da lead a cliente).
  2. Creare il rituale dei dati: Istituisci una riunione settimanale di 15 minuti davanti a una lavagna fisica con i KPI principali.
  3. Partire da un problema concreto: Usa i dati per risolvere un problema piccolo e misurabile, poi comunica il successo a tutta l’azienda.
  4. Rendere i dati “fisici”: Scrivi i KPI a mano su una lavagna visibile a tutti e aggiornali manualmente ogni settimana. Questo crea un senso di proprietà.
  5. Celebrare i “quick wins”: Festeggia ogni piccolo miglioramento dimostrato dai dati per costruire fiducia e slancio nel processo.

L’obiettivo non è diventare un’azienda che venera i dati, ma un’azienda che li usa con pragmatismo per prendere decisioni migliori, un passo alla volta.

Smettete di navigare a vista e di celebrare le metriche sbagliate. Iniziate oggi a costruire un sistema di misurazione che dia priorità all’utile assoluto e trasformi i dati in decisioni strategiche realmente profittevoli per il vostro business.

Scritto da Marco Bernardi, Consulente di Direzione e CFO Frazionale per PMI, con 18 anni di esperienza nella ristrutturazione aziendale e nel controllo di gestione. Specializzato nell'ottimizzazione dei processi operativi e nelle strategie di autofinanziamento per imprese familiari italiane.